Naufragio

Mi facevano male le mani e sentivo la schiena completamente fradicia senza poter distinguere se fosse l’acqua di mare o la pioggia che era riuscita a passare in qualche fessura della cerata e bagnarmi completamente.
Avevo paura, paura da morire e continuavo a ripetermi perché non avevo deciso di seguire i miei amici in montagna per passare questo ponte di Pasqua e declinare l’invito di Remo, per quanto fosse interessante.
“Dobbiamo portare una Bavaria 45 da Porto Torres a Genova” mi aveva detto e, visto il meteo che prometteva vento ma cielo sereno, mi ero fatto convincere senza nessuna resistenza. Sul traghetto da Genova c’era il tutto esaurito per le feste ed era una meraviglia vedere tutte quelle persone tornare alle loro famiglie, pieni di entusiasmo.
In dialetto stretto, con quell’accento unico che per tutto l’inverno avevano castigato, parlavano fitto fitto raccontando storie che incantavano i bambini.
Il vento sembrava teso ma non troppo forte e uscendo in coperta il moto della nave lo neutralizzava per effetto apparente, sicché sembrava una tiepida serata di primavera. L’arrivo fu puntuale come sempre accade quando il mare non è troppo mosso.
In porto ci aspettava l’armatore, faccione cordiale con l’accento marcatamente toscano. Una stretta di mano da muratore ma, come mi aveva spiegato Remo, era un personaggio di tutto rispetto, architetto fiorentino molto conosciuto.
Poche raccomandazioni per la sua creatura che aveva bisogno del cantiere; la sua fiducia in Remo era assoluta. Lasciammo gli ormeggi subito per approfittare della buon ora e del buon vento, che tendeva a rinforzare. La barca era davvero fantastica, filava sulle onde senza provare la minima soggezione ed i suoi quattordici metri di lunghezza ci facevano sentire padroni di quel mare irrequieto.
Remo decise di prendere una rotta a ridosso della Corsica, passando cioè tra l’isola e la costa italiana in modo da risalirla senza subire troppe onde al traverso.
Puntammo la prua verso l’Ile de Camaro, a sud est di Bonifacio, mentre la barca scivolava veloce. I bollettini del mare erano discordanti e come sempre ci fidammo di Meteo France. Le perturbazioni si sa, vengono dall’atlantico e passano prima in Francia.
Certo che un vento così teso e costante era il pane per una barca come questa e le sartie erano tese come le briglie di un cavallo.
Passò la giornata in un lampo e quando verso sera raggiungemmo l’isola il mare ed il vento sembravano calare al punto che si decise di restare alla fonda, a ridosso di un bel promontorio. La baia accoglieva l’Hotel de Pecheur da cui la brezza portava a bordo un profumo di fritto misto delicato, come piace a me.
Fu quella delizia ed i suoni di risa e musica che mi fecero compagnia nel primo turno di guardia, mentre Remo riposava sotto coperta. Poi attorno all’una venne il mio turno e sprofondai in un sonno senza sogni e senza fondo.
La stanchezza aveva catturato ogni mia volontà e dormivo come un neonato tra le braccia della madre. Fu uno scossone che mi fece saltare in piedi e il richiamo di Remo dal timone che urlava. Mi vestii di corsa, indossai la cerata e mi precipitai assonnato fuori. Ma un’onda gelida mi diede il buongiorno: il vento era iniziato a soffiare in direzione contraria ed il mare stava rinforzando.
Remo, indicandomi concitatamente gli scogli, mi spronava “Dobbiamo salpare, salpare subito”.
Vedevo nel buio della notte il mare che si frangeva sugli scogli mostrando la schiuma bianca simile a denti pronti ad azzannarci e trasformare così la nave in un relitto e noi in naufraghi con poche possibilità di sopravvivenza. Corsi a prua a preparare l’argano per salpare l’ancora mentre Remo, con il motore, cercava di mollare la tensione della catena.
Ma l’ancora si era incocciata sul fondo roccioso e non c’era molto tempo per scegliere cosa fare: se avesse spedato oppure avesse ceduto la catena saremmo finiti inevitabilmente sulle rocce offrendo la murata di dritta alle lame taglienti degli scogli corsi.
Guardai terrorizzato negli occhi Remo a prora e capii cosa fare, presi un parabordo galleggiante e lo assicurai alla catena, immediatamente dopo feci saltare il gancio a schiocco per lasciare parte della catena e l’ancora sul posto; lei in quel mare non avrebbe avuto problemi, noi si.
C’era tempo per il recupero in un’altra giornata. Prora libera! Proprio un secondo prima Remo aveva dato tutta la potenza al motore mettendo la prua al mare cercando di contrastare quella incredibile forza che ci voleva vittime di un sacrificio ancestrale. Ma Betty Due, così si chiamava la barca, ebbe un impeto di orgoglio; era stata fatta per affrontare senza timore le onde dell’oceano e, seppur con ogni rispetto, lei in quel momento si sentiva una regina.
Per un attimo le forze sembravano in perfetto equilibrio e quella spuma inquietante era sempre più vicina, poi la barca cominciò a fendere l’onda e l’elica, che per un attimo sembrava cavitare a vuoto, la spinse verso il largo.
Puntammo decisamente verso il porto di Bonifacio. Non ricordo quante ore rimanemmo in mare, con le onde che traversavano la coperta rendendo difficile la permanenza nel pozzetto di poppa. Arrivati in vista dell’ingresso del porto, che è un lungo canale tra due pareti rocciose scavate verticali per quasi un chilometro ebbi la sensazione di essere vicino alla salvezza ma con in fondo al cuore il timore di dover pagare ancora l’iva di quella avventura terribile. Il motore, il motore in quel preciso istante cominciò a sussultare per poi miseramente spegnersi senza mostrare più alcun segno di ripresa. Il sangue gelò nelle mie vene e mentre giravo lo sguardo verso Remo speravo di carpire dai suoi occhi una speranza, una soluzione. Non ero mai stato così vicino al naufragio ed era come trovarsi di fronte alle porte dell’inferno, mentre Caronte sogghignante ci invitava ad entrare. “Alza la randa, prendi qualche mano di terzaruoli, veloce, veloce…” urlò il comandante. Issai un pocò di vela ed il vento non si fece sorprendere, gonfiandola con tutta la sua forza. La barca, che non aveva ancora perso l’abbrivio, si piegò sul lato come femmina consenziente sapendo che quello era il suo destino per poter scivolare sospinta dal vento. Remo teneva il timone come un vero capitano, guardando a destra e sinistra le luci del porto, infilando quel canalone terrificante reso tale ancor più dalla notte buia.
Le onde si infilavano veloci e noi ne cavalcammo una mentre il vento, per uno strano effetto venturi voluto da quelle lisce pareti verticali, accelerò la barca.
Vedevo scorrere al nostro fianco la roccia e la in fondo le luci confuse dalla pioggia e dagli spruzzi ci indicavano la direzione per la salvezza. Cominciarono a scorrere al nostro fianco le barche ormeggiate che irrequiete tendevano gli ormeggi e rapidamente con lo sguardo di un gatto Remo cercava un posto dove attraccare.
Un lume agitato come in alcuni racconti di avventure ed una voce coperta dal rumore del vento attirarono la nostra attenzione; un uomo sulla banchina di sinistra, infilando un canale stretto e zeppo di motoscafi, ci stava chiamando a squarciagola. A noi forse arrivava solo il suo pensiero, unico filo per una salvezza insperata.
Ma arrivava intenso, forte, come una catena alla quale aggrapparsi, ultima speranza. Con una manovra che non pensavo fosse possibile il comandante virò tutto a sinistra ed infilando il canale stretto ed insidioso, virò nuovamente puntando la banchina verso l’unico ormeggio disponibile.
“Molla, giù la randa, subito….” mi urlò a squarciagola ed io eseguii l’ordine facendo cadere la vela che, con gran delusione del vento, si sgonfiò immediatamente. La prua a questo punto si trovava contro vento e la barca rallentando si avvicinò alla banchina dove l’uomo con la lanterna, con una calma e cortesia disarmante mi passò una cima.
Io la afferrai e la girai immediatamente alla galloccia di prua mentre Remo si occupava della poppa. Come in un sogno passammo dall’essere in balia delle forze della natura al sicuro ormeggio.
L’uomo si raccomandò di ricordarci il mattino entrante di andare in capitaneria a registrarsi, allontanandosi tra la pioggia ed il vento. Io per un attimo pensai che in realtà eravamo morti nel naufragio e quello era un sogno che la mia anima stava facendo nel tragitto verso il regno senza tempo.
Ma Remo con un bicchiere di Cointreau in mano mi guardò sorridendo dicendomi “Et voilà, bienvenue en France”.
Eravamo ancora in questo mondo per fortuna e la cosa mi rendeva davvero felice. Ed il viaggio verso Genova era solo iniziato.

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